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Inno del G.E.V.

Succinta relazione del viaggio fatto in Abruzzo ed in alcune parti dello Stato Pontificio dal Car. Michele Tenore

nell’estate del 1829

 

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Oltre le piante acquatiche di cui facemmo ampia raccolta, tra le sabbie delle sponde del lago, osservammo in più di un luogo manifesti vestigi di arene volcaniche, nelle quali si riconoscono frammenti di pirosseni e di amfigeni, sostanze già osservatevi dal sullodato Brocchi, e che lo impegnarono a fare scrupolose ricerche per assicurarsi se in tutta quella regione si trovassero crateri di volcani estinti, come lo aveva asserito il Minicucci.

Anche dopo del geologo italiano, questi medesimi luoghi sono stati diligentemente osservati da altri naturalisti, a nessuno de’ quali è mai avvenuto potervi riconoscere menomo indizio di volcanico incendio; che perciò le succennate sostanze, che si ripresentano a Pescina, a S. Pelino ed in altri pochi luoghi tra il Fucino e l’Aquila, debbono piuttosto attribuirsi a depositi di alluvione.

Dovendo proseguire il nostro viaggio alla volta di quest’ultima città, invece di battere la strada ordinaria, preferimmo recarci a Massa per avvicinarci al Velino. Lungo la strada, osservar potemmo i ruderi della distrutta Alba Fucense, le di cui antiche mura scorgonsi di struttura ciclopica affatto conformi a quelle della nostra Cuma.

Il Velino, benché visitato alla sfuggita dal Sebastiani, dal Brocchi e dallo Schouw, attendea di essere meglio osservato dai botanici nazionali. Questo monte, che giusta la misura barometrica presane dal sullodato botanico danese, si eleva per piedi francesi 7300, si frappone tra Rocca di mezzo ed Avezzano, e vi rappresenta una elevata barriera divisa in due principali creste, quasi dappertutto spoglie di alberi e composte di dirupate inaccessibili scogliere. Le speranze concepite nel determinarci ad ascendere questo monte furono coronate dal più felice successo. I disagi ed i pericoli corsi per raggiungerne l’estreme vette, furono compensati da tale ubertosa messe di rare e belle piante, qual giammai siami avvenuto farne in altri monti del Regno. A contemplarne la ricca serie, si direbbe che le piante de’ più alti monti della regione settentrionale e della regione media napoletana si trovassero sul Velino riunite. Limitandomi a mentovarne le più importanti, ne citerò il Lichene islandico, la Pulsatilla, l’Eufrasia, la Daphne glandulosa, l’Adonis distorta, il Ranunculus brevifolius, la Potentilla apennina, l’Iberis stylosa: piante tutte per la prima volta su quel monte osservate, molte delle quali importanti servigi recar possono all’arte salutare.

Conforto non meno grato e soddisfacente chi raggiunge quell’erte pendici raccoglie dalla magica veduta che se gli presenta sott’occhio, e che per lo più svariato orizzonte lungo il Fucino e la ridente vallata che lo corona, si stende agli Apennini di Terra di Lavoro al mezzo giorno, ed a quei dell’Abruzzo a settentrione ed oriente, mentre ha per confine la campagna Romana e perfino la stessa Roma all’occidente.

Non convien tacere benanco che ne’ seni e negli avvallamenti che tra le più alte cime del Velino si aprono, tali masse di neve trovammo in durissimo diaccio addensate, che per essere il 10 Luglio, ci fece presumere di dovervi restare per tutto l’anno. Noi ne profittammo per discioglierne alquanto, e ristorarci dalla sete ardentissima che ci struggeva. E qui, a norma di coloro che si proporranno di ascendere quell’alpestre monte, sarà ben fatto avvertire, che né per la salita, né per la discesa di esso, per le circa 16 ore di tempo che bisogna impiegarvi, è dato imbattersi in verun rigagnolo o anche più meschina vena di acqua; cosicché per non trovarsi nel nostro medesimo caso, converrà provvedersene anticipatamente.

Discesi da questo monte per Carfagnano e per Macchia di pezza ci recammo a Rocca di mezzo, e quindi il dì seguente ci trasferimmo in Aquila.

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